ARROCCO LUNGO di Norberto Sabatini

 

Norberto Sabatini

Quarto classificato alla 2^ edizione

Premio Pennacalamaio ZACEM

Savona, 23 Maggio 2010

Vincitore Premio “Sulle ali del Cielo”

IV Memorial Faustino

Crescentino (VC) 19.05.2012

 

Oggi voglio presentarVi questo scrittore.

NORBERTO SABATINI

Una persona particolare… decisamente abile con carta e penna… un po’ schivo, ma con questi mezzi riesce a trasmettere grandi emozioni.

 

la sua biografia… che forse può sembrare un elenco.. ma sicuramente un elenco di grande valore…

Nato a Grosseto (GR) il 23.11.1952, benché la passione per la scrittura risalga all’età di sedici anni, comincia seriamente a scrivere soltanto a partire dal 1997, dopo aver conseguito la Laurea in Scienze Economiche e Bancarie all’Università degli Studi di Siena. Bancario, dipendente della Banca Monte dei Paschi di Siena SpA dal 1975, attualmente presta servizio a Grosseto.

Ad oggi ha scritto 40 racconti e un romanzo a 4 mani, conseguendo anche alcuni riconoscimenti. In particolare:

Dicembre 2002: vince con il racconto “L’arancio di Sicilia” la 1^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto.Maggio 2003: vince con il racconto “Miniera” la 1^ edizione del Premio Daniele Boccardi a Massa Marittima (GR) e il racconto viene pubblicato sulla raccolta RACCONTI DIVERSI edita da Stampa Alternativa.Settembre 2003: terzo classificato con il racconto “Il Preludio di Hans Sachs” alla 2^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto.Aprile 2004: i racconti “L’arancio di Sicilia” e “Il preludio di Hans Sachs” vengono pubblicati nell’Antologia del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto.Ottobre 2004: segnalazione per il racconto “La Vigna” alla 3^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto
Maggio 2005: a cura della Biblioteca Comunale di Roccastrada viene pubblicata la raccolta di racconti “Vecchia Ribolla addio”: sette storie ambientate a Ribolla negli anni in cui era attiva la miniera di lignite della Montecatini, con particolare riferimento alla sciagura del 4 maggio 1954, al Pozzo Camorra, il disastro minerario più grave in Italia nel dopoguerra.Luglio 2005: il racconto “Sale, signore?” è fra i sei superfinalisti a New York nel Premio Words of Salt, patrocinato dalla Comunità italiana in America e la Scuola di Narrazioni Arturo Bandini di Arezzo.Novembre 2005: vince con il racconto “Il macchinista” la 1^ edizione del Premio Elios a Messina.Dicembre 2005: segnalazione per il racconto “Gloria” alla 4^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto.Dicembre 2005: vince con il racconto “La Vigna” la 1^ edizione del Premio Decennale ZACEM a Savona per la sezione racconto a tema ‘Gli anziani, l’arte o l’amore’. Il racconto viene pubblicato nell’Antologia del Premio.Aprile 2006: il racconto “Album dei ricordi” è secondo alla 2^ edizione Premio Amedeo d’Aosta IV° Stormo Grosseto.Giugno 2006: il racconto “Nozze d’oro” è terzo alla 7^ edizione Premio Creatività Itinerante a Vieste e secondo alla 4^ edizione Premio Fiori di campo a Tonco (AT) e viene inserito nell’Antologia del Premio.Luglio 2006: il racconto “L’Incantesimo del Venerdì Santo”, già fra i sei finalisti nella 2^ edizione del Premio Filippo Lo Giudice a Piazza Armerina (EN), è secondo alla 16^ edizione del Premio Parole e Immagini a Mellana di Boves (CN).Settembre 2006: segnalazione di merito per il racconto “Davanti alla foto” alla 2^ edizione del Premio Città di Montieri.Marzo 2007: il racconto “Laura Diniz” è secondo alla 2^ edizione del Premio Elios a Messina.Maggio 2007: il racconto “Sale, signore?”, già superfinalista a New York Premio Words of Salt, giunge secondo alla 2^ edizione del Premio So Ridere a Torino.Giugno 2007: la raccolta di racconti “Vecchia Ribolla addio”, già testo di lettura per l’anno scolastico 2006-2007 nelle classi terze della Scuola Media di Ribolla, vince, per la sezione editi, la 2^ edizione Premio Decennale ZACEM a Savona.Giugno 2007: il racconto “Il Preludio di Hans Sachs”, già terzo alla 2^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto, consegue la segnalazione di merito alla 1^ edizione del Premio Fervaije de Literatura a Chivasso (TO).Luglio 2007: il racconto “Com’eri bello figlio mio” vince la 4^ edizione del Premio Santa Barbara a Gavorrano (GR).
Febbraio 2008: il racconto “L’Incantesimo del Venerdì Santo”, già finalista a Piazza Armeria al Premio Filippo Lo Giudice e secondo a Mellana di Boves Premio Parole e Immagini, vince la terza edizione del Premio Elios a Messina.Maggio 2008: il racconto “Pomeriggio con Paola” consegue la segnalazione di merito alla 5^ edizione del Premio Canapone d’argento a Grosseto.Aprile 2009: il racconto “Arrocco Lungo” è quarto classificato alla quarta edizione del Premio Pennaecalamaio ZACEM Savona.Febbraio 2010 il racconto “Arrocco Lungo” è segnalato alla 1^ edizione del Concorso Granelli di Parole Patti (ME)Dicembre 2010: il racconto “Pomeriggio con Paola” vince la 4^ edizione del Premio Pennacalamaio ZACEM a Savona.Novembre 2011: il romanzo “In un’altra vita”, scritto a quattro mani con Maria Flora Santi, si classifica 2^ alla quinta edizione del Premio Pennacalamaio ZACEM a Savona, per la Sezione Narrativa edita.Maggio 2012: il racconto “Arrocco lungo” vince la 4^ edizione del Premio Sulle ali del Cielo IV Memorial Faustino a Crescentino (VCIn corso di scrittura il suo primo romanzo, ambientato a Ribolla negli anni della miniera e della sciagura al Pozzo Camorra il 4 maggio 1954.Agosto 2012: il racconto “Caro Giovanotto” riceve la segnalazione speciale di merito alla settima edizione del Premio Santa Barbara a Zavorrano.
 Oltre ai racconti citati sopra, a titolo informativo, si segnalano i seguenti: “L’uomo e la farfalla”; “Quelli eran giorni” presentato al Premio Caffè MOAK di Termini Imerese (PA) nel 2008; “Come un romanzo” presentato al Premio Santa Barbara a Gavorrano (GR) nel 2006; “Vigilia di Natale” presentato al Premio Arturo Loria a Carpi (MO) nel 2010; “Tre giorni, una vita”, presentato al Premio Santa Barbara a Gavorrano (GR) nel 2008.

 

Vi presentiamo questo suo racconto..e presto ne leggerete di altri.

 

 

            Non dimenticherò mai quel mese di agosto del 1962. Come ogni anno lo trascorsi alla Rocca, insieme a mio cugino Abele. Mio cugino era uno che non stava fermo un minuto, neanche se lo legavi all’albicocco dell’aia, quell’aia dei nostri giochi, dove troneggiava un caseggiato enorme abitato dai nonni e gli zii. L’estate la trascorrevamo lassù e con noi, grande amico, c’era anche Dario, detto Stecco. Un brindellone allampanato dall’aria seria e compita, che abitava  alla Rocca in contrada Ventosa, la via dell’aia insomma. E poi c’era il capo. Il capo vero, dico. Quello che comandava e teneva le redini del gioco, decidendo cosa andava fatto e cosa non andava fatto. Era un ragazzo alto e ben piazzato, con gli occhi chiari come l’acqua marina e lo sguardo spiritato. Biondiccio, i capelli sconclusionati in testa, era sempre occupato a fare o pensare la prossima mossa. Si chiamava Ado, abitava in contrada Nobili, e alla nostra nonna non andava giù. “Alla larga da quello, eh?” diceva a me e ad Abele. “Perché vi porta nei pericoli.”

Ado mi piaceva, invece.

Mi piacevano anche Stecco e mio cugino, ma Ado aveva un che di speciale. Intanto era due anni più vecchio di noi tre, che ne avevamo nove, e questo voleva dire parecchio. Per noi era un grande. Quasi un uomo, insomma. Un uomo fatto e con il crisma del comando. Quando decideva una cosa, tutti dietro a lui e senza neanche discutere. Lo conoscevamo già dall’anno prima, ma senza impegno: un saluto, laggiù in Piazzetta, e ognuno per i fatti suoi. Ma quel mese di agosto… Era capitato nell’aia, dove stavo giocando con Abele e Stecco, proprio la prima settimana, e ci aveva guardati di traverso, come se stesse valutando le nostre capacità. “Mi servono tre elementi nuovi per la mia banda” aveva annunciato con aria spavalda, poi s’era ficcato le mani in tasca. “Ci…Ci siamo noi” aveva balbettato Stecco.

“Ecco, bravi. Giusto tre tipi come voi cercavo” aveva concluso Ado. “Andremo a caccia ai gatti. Ce ne sono un paio in Contrada che aspettano solo voi. Voglio vedere come ve la cavate.” Era andata così che lo avevamo conosciuto. I gatti quel giorno se l’erano cavata, ma solo perché noi tre non eravamo abbastanza esperti. Ci avvicinavamo a loro con troppa foga, quando invece avremmo dovuto essere più accorti. “Più furbi” ci aveva detto Ado, ma noi invece ci eravamo scagliati su un paio di povere bestie a pelo rossastro che se l’erano squagliata appena sentiti i nostri passi. “Non si fa così” aveva detto Ado. “Dovete essere più silenziosi e più furbi.” Mio cugino Abele l’aveva guardato un po’ di traverso. Stecco si stava pesticciando i piedi ed io sentivo di essere arrossito. “Nonno dice che sono i gatti ad essere più furbi” aveva detto poi mio cugino.

“Tutte storie. Siete voi a non essere convinti della vostra forza. Perché credete che vi abbia scelti, eh?”

Il capo aveva ragione, naturalmente. E quelle parole erano state come una sferzata per me, ma anche per gli altri due. E così, da quel pomeriggio torrido d’agosto, noi tre cambiammo rotta. Ci facemmo più furbi, come aveva chiesto Ado.

“Giuratemi che sarete più furbi dei gatti”  disse.

Giurammo solennemente, Abele, Dario ed io, proprio sotto l’ombra dell’albicocco che sonnecchiava in mezzo all’aia. Vespa, Berretto e Kira, i cani da lepre degli zii, ci guardarono curiosi per tutto il tempo del giuramento, e noi ci sentimmo improvvisamente più forti e più furbi di prima.

Eh, sì. Ado era un capo vero.

Alla fine di quella prima settimana, mio cugino Abele gli domandò dove diavolo fosse il resto della banda.

“L’ho liquidata” rispose Ado. “Voi tre bastate e avanzate. Avete già ammazzato un gatto a testa, ve ne siete dimenticati?”

Dopo queste parole, io mi sentii pronto per qualunque missione mi fosse affidata in futuro. Gettai un’occhiata a Dario e mio cugino Abele, e mi sembrarono anche loro orgogliosi. Glielo lessi negli occhi e nel modo con cui presero a pavoneggiarsi, dopo le parole di Ado. I tre gatti li avevamo uccisi due giorni prima, e le immagini mi tornarono in mente al rallentatore. Mio cugino Abele il suo lo aveva impiccato con una fune rubata nel frantoio di nonno Aristide, che se l’avesse saputo l’avrebbe legato all’albiococco. Io avevo ammazzato il mio con tre sassate nel capo e Stecco…Eh già! Il bravo e mansueto Dario detto Stecco aveva mandato all’altro mondo il suo con il coltellaccio che suo padre cacciatore usava per spellare le lepri. Ado aveva assistito a tutte e tre le esecuzioni con aria sorniona e compiaciuta.

“Ora possiamo dare una bella lezione a quelli lassù di Rocca Alta”  aveva proclamato dopo.

“I Roccaltini?”

Ci guardammo sgomenti, mentre il nostro gemito che era rimbalzato sulle mura del frantoio di nonno Aristide, dentro il quale ci eravamo andati a nascondere per precauzione, trattandosi di una riunione segreta. “Certo! I Roccaltini” aveva insistito Ado. “Li conosco, sono dei cacasotto. Mica come voi, che invece avete fegato da vendere.”

Mamma mia che rivelazioni!

Che scoperte, in quel mese caldo e ricco di avventure. Il giorno di Ferragosto andammo alla Torre, su in Rocca Alta, per una missione molto pericolosa: rubare le biglie a qualcuno di quei cacasotto. Un paio di Roccaltini, però, presero mio cugino Abele, lo legarono, lo coprirono con un cartone e poi lo frustarono nelle gambe con l’ortica. S’era fatto beccare durante il ripiegamento tattico, come aveva chiamato Ado la nostra fuga a gambe levate, quando ci eravamo accorti che i Roccaltini ci stavano per circondare. “Quando si ripiega si deve essere più veloci.” Con queste parole, il capo aveva spiegato che, in pratica, se avevano pizzicato Abele, la colpa era nostra, mia e di Stecco.

“Beh, per questa volta vi faccio vedere io come si fa” aveva aggiunto subito dopo. “Ma alla prossima chi sbaglia paga. Intesi?”

Io e Dario ci eravamo guardati negli occhi senza capire. Mio cugino Abele era ritornato a casa con le gambe rosse come se avesse avuto la Scarlattina, quella sera di quel Ferragosto. Come premio, zio Ottavio e zia Marta, lo avevano picchiato con il battipanni e a me era toccato di andare a letto senza cena. Nonna, poi, mi aveva fatto un’altra predica su Ado e come ci avrebbe fatti ritrovare tutti male. “Verranno i Carabinieri e vi arresteranno, prima o poi” aveva piagnucolato a lungo, poi s’era chetata e il suo russare lieve aveva accompagnato quello del nonno. Io mi ero addormentato tardi, invece, preso a fantasticare e rivivere l’intera giornata.

Il giorno dopo, Abele ed io, non potemmo uscire dall’aia, in punizione tutti e due perché, nel frattempo, si era venuto a sapere che due dei tre gatti uccisi erano proprietà di una signora della Contrada, una vecchia bacucca con la casa sempre invasa da quelle bestie cui dava, a quanto pareva, vitto e alloggio, in cambio di compagnia. La donna s’era messa a strillare per ore, come una gallina spennata, quando aveva visto quello che Abele aveva impiccato all’albero, un vecchio mandorlo millenario, che faceva ombra sul suo giardino. Sotto il gatto che penzolava tra i rami, su quel muretto sbrindellato, sbadatamente io ci avevo lasciato il mio con la testa sanguinolenta e certo lo spettacolo non doveva essere stato un granché per la signora Erminia, così si chiamava la donna.

“Vergognatevi!” ci avevano sibilato in coro gli zii Savio e Bertrando. “Se lo sapesse nonno Aristide…”  Ma nonno era alla vigna e sarebbe tornato a notte inoltrata per via della trebbiatura.

“E se lo avessero fatto a voi, quello che voi avete fatto a quelle povere bestie?” avevano rincarato la dose nonna Tullia, e le zie Marta e Germana, mentre, affacciata alla finestra del piano di sopra, l’altra zia Ivana continuava a scuotere la testa. La sentenza, approvata da tutti i parenti, era stata inappellabile: avremmo passato l’intera giornata nell’aia.

“E poi si vedrà” aveva concluso zio Ottavio, guardando Abele con occhi infocati.

Beh, l’aia era grande, questo sia chiaro. Ma metteteci i tre cani – Vespa, Kira e Berretto – metteteci le rispettive cucce, e poi il lavatoio e l’albicocco più due susini, cosa rimaneva a noi due per sgranchirci un po’ le gambe?

– Che coglioni, oggi – borbottò mio cugino appena fummo rimasti soli. – E ora che si fa, Guido? –

Io mi strinsi nelle spalle. E proprio in quel momento, vedemmo Ado varcare il cancello con la faccia tumefatta e il sangue che gli colava dal naso.

– Che t’è successo? – gli domandai.

Il nostro capo fece un gesto di non curanza, come se fosse abituato, tutti i giorni, a circolare per la Rocca conciato in quel modo. Si accostò, sedette e poi sbuffò in aria, come un cavallo quando gli mettono la cavezza.

– Non è niente – disse. – Dovreste vedere come ho sistemato quei due di Rocca Alta. –

Si trattava di Titto e Virgilio, ci spiegò, quei i due infami che avevano frustato a tradimento Abele con l’ortica. Lui, Ado, li aveva pestati come guanciali, ma poi aveva dovuto soccombere all’orda di Roccaltini giunta in loro soccorso.

– Erano almeno in cinque – disse. – Più di così non potevo fare. Ma e te, caro Abele, non ti toccheranno più, vedrai. –

Mio cugino lo guardò con occhi carichi di ammirazione ed anche io mi sentii di colpo orgoglioso di avere per amico uno come Ado. Uno che non aveva avuto paura ad affrontare ben cinque Roccaltini per vendetta. Cacasotto, li aveva definiti, ma cinque cacasotto erano pur sempre in tanti e chissà che battaglia, che scazzottata era stata. Ma lui non volle entrare in particolari perché, spiegò, solo i vanitosi raccontano le loro avventure e lui non era un vanitoso.

– Piuttosto che si fa ora? – chiese.

Gli spiegammo della nostra punizione, mentre lui stava ad ascoltare con aria sempre più contrita, stringendo gli occhi e i denti, ogni volta che cercava di tamponarsi il naso con un fazzoletto che doveva essere stato di color bianco. Poco dopo giunse anche Stecco, che, appena aperto il cancello, ci guardò con aria interrogativa.

– Oggi si sta tutti nell’aia – gli annunciò Ado, riponendo in tasca il fazzoletto.

Andò così che maturammo la vendetta.

Per ingannare il tempo, mio cugino Abele andò a prendere una scacchiera, che teneva in camerina nascosta sotto il letto, perché la notte, quando tutti dormivano, poteva capitare di giocarci un po’.Ma il sonno, fino ad ora, lo aveva sempre colto impreparato e la scacchiera non aveva mai lasciato il suo posto. Così, quando ce la mostrò, era polverosa come un tappeto in una soffitta.

– Bella – commentò Ado, rigirandosela tra le mani.

– Bella sì, ma come si gioca? – volle sapere Stecco.

Abele cavò di tasca un libretto d’istruzioni, unto e spiegazzato, che tutti ci mettemmo subito a studiare, finché non c’imbattemmo nella parola Arrocco.

– Arrocco lungo e arrocco corto – commentò Ado grattandosi il mento. – Certo, la mossa che fa il Re per mettersi al riparo. –

Il sangue aveva smesso di colargli giù dal naso, ma c’era voluto anche il fazzoletto bianco immacolato di Stecco per finire il lavoro. Il livido sotto l’occhio, invece, stava diventando sempre più paonazzo ad ogni ora che passava. Mi faceva pena, a vederlo. E più lo guardavo, più mi accorgevo degli sforzi che il nostro capo faceva per mascherare il dolore. Era in gamba, accidenti!

Sentii che gli volevo bene. Non un bene come quello che provavo verso mio cugino, e neppure quello che nutrivo verso Dario, ma qualcosa di diverso. Un misto di ammirazione, riconoscenza, simpatia e affetto, che sentivo aumentare verso di lui quando faceva qualcosa di nuovo. Come ora, per esempio, che era andato a farsi picchiare per vendicare Abele. Aveva coraggio, Ado, e dentro di me sentii che con lui sarei stato al sicuro. Ma con me, anche Abele e Dario potevano stare tranquilli, qualunque impresa avessimo tentato. Forse furono questi pensieri a farmi venire l’idea, non lo so. O forse, semplicemente, le cose vanno sempre come devono andare.

– Perché non si va da quelli di Rocca Alta e ci si vendica? – domandai a un certo punto.

– Vendicarci di cosa? – chiese Ado.

– Di quello che ti hanno fatto i Roccaltini – gli dissi.

– Già, perché no – disse mio cugino, mollando un cazzotto sulla scacchiera che mandò all’aria la partita che stava giocando con Stecco.

– Ecco – disse questi – sei contento ora? –

Ado si stava di nuovo carezzando il mento, pensieroso e come rapito da un pensiero lontano.

– Come idea mi pare buona – disse. – Ma non possiamo farlo subito. –

– E perché? – chiese mio cugino Abele.

– Che volete fare? – disse Dario, continuando a rimettere a posto gli Scacchi sulla scacchiera.

– Dare una bella strigliata ai Roccaltini – gli rispose mio cugino, mostrando un pugno chiuso.

– Subito è meglio di no – disse Ado.

E ci spiegò che adesso, dopo quello che era successo per Ferragosto ad Abele e la scazzottata di oggi, non sarebbe stato prudente avventurarsi a Rocca Alta, dove tutti ci stavano sicuramente aspettando per prenderci a randellate.

– Bisognerà che ci si prepari – concluse. – Ma una settimana basterà. –

Ce ne volle una e mezzo, invece.

Mio cugino ed io rimanemmo in punizione anche il giorno dopo, una giornata di nuovo trascorsa in compagnia di Ado e Dario, ma non per giocare a Scacchi. Il capo ci chiamò, ad uno ad uno, a formulare un piano di attacco alla roccaforte dei Roccaltini, lassù, oltre la chiesa e vicino ai massi che dominavano l’intera pianura sottostante. Avventurarsi da quelle parti sarebbe stato pericoloso, ma giocando d’astuzia forse no.

– Vi voglio furbi più dei gatti, ve l’ho detto no? – ci disse Ado dopo averci ascoltati. – Voi vorreste arrivare alla chiesa di Rocca Alta tutti insieme. Bravi! Così ci facciamo scoprire subito, e se ci beccano ci picchiano a tutti e quattro. Devo pensare che siete anche voi dei cacasotto, che non avete il coraggio di salire fin lassù da soli? Uno per uno? –

Noi tre ci guardammo e poi scuotemmo la testa.

– Così vi voglio – disse Ado, con gli occhi che gli lustravano.

Fu stabilito che ci saremmo avventurati a Rocca Alta ad uno ad uno, ma passando per strade diverse, visto che di vicoli e vicoletti che portavano alla chiesa ce n’erano da perdere il conto. Il nostro capo pensò anche a come comportarsi durante l’attesa, perché, ci spiegò, non sarebbe stato prudente attirare su di noi l’attenzione della gente che abitava in Contrada e neppure dei nostri genitori, o zii o nonni o quant’altro. Non si poteva correre il rischio d’incappare in altre punizioni. Quando sarebbe stato il momento di agire, avremmo dovuto avere le mani libere.

– Inoltre, – concluse, – se ci comportiamo bene, non daremo nell’occhio, e nessuno potrà mai sospettare che cosa stiamo preparando a quei cacasotto dei Roccaltini. –

Andò così che, per dieci giorni, in Contrada Ventosa tutti respirarono più tranquilli. Niente pallonate nei muri, né vetri rotti o caccia ai gatti. Un silenzio assordante aleggiò per tutto il tempo nella via.

Ma la tensione saliva, invece.

A mano a mano che ci si avvicinava al giorno fatidico, quel ventisette agosto già segnato dentro di noi come la data della vendetta, la nostra spavalderia prese a calare, come il vino nel bicchiere di nonno Aristide. Anche Dario appariva sempre più nervoso. Cominciò anche a balbettare, una cosa che non gli era mai successa prima. Ado invece era tranquillo come un giorno di Pasqua. Io lo guardavo sempre, quando mi sentivo teso, e vederlo così noncurante di niente mi faceva di nuovo stare bene.

Poi, quel giorno arrivò.

– Mi raccomando – ci disse Ado prima che ci avventurassimo verso Rocca Alta e i massi. – Le stradine che dovete prendere le conoscete bene, oramai. Ci si ritrova tutti davanti al piazzale della chiesa. Camminate tranquilli, come quando fate una passeggiata, e se capita qualcuno di loro, non attaccate briga. Uno contro uno si sarebbe svantaggiati. Quando siamo tutti e quattro, allora si va a caccia, ma sempre se siamo superiori di numero. Intesi? –

Facemmo di sì con la testa, mio cugino, Dario ed io.

– Se c’è pericolo – riprese Ado. – Se sono più di noi, allora si grida “Arrocco lungo”. E tutti si scappa verso casa. Ve bene? –

– Arrocco lungo – ripetei ad alta voce.

– Va bene – dissero Dario e mio cugino.

Mi tremavano le gambe, quando partimmo verso Rocca Alta. Era pomeriggio e il sole spaccava le pietre. Avevamo le tasche piene di sassi e ognuno di noi teneva un bastone, ma facendo finta che fosse un fucile. Dovevamo dare l’idea di voler giocare a guerra. E per questo, in testa, ognuno di noi aveva un elmetto di plastica, come quelli che portavano gli Americani nella Seconda Guerra Mondiale. Li avevamo comprati un giorno che alla Rocca c’era stato il mercato. Una bancarella vendeva queste cose e gli elmetti erano andati a ruba. Avrei dovuto sentirmi sicuro, con l’elmetto, ma invece continuavo a sentirmi tremare le gambe a mano a mano che, superato il Corso e la chiesa di San Sebastiano, ci avventuravamo su per la salita che conduceva alla porta medievale di Rocca Alta, dove ci saremmo divisi e ognuno avrebbe proseguito per conto suo.

Le cose però andarono bene. Giungemmo alla Porta, ci separammo e ognuno di noi s’infilò in un vicolo diverso, finché non sbucammo quasi insieme sulla strada sassosa che conduceva alla chiesa.

– Com’è andata? – ci chiese Ado.

– Bene – disse mio cugino.

– Non s’ visto nessuno – disse Dario.

Io mi strinsi nelle spalle. Mentre mi arrampicavo su per Vicolo delle scale, il silenzio intorno a me si sarebbe potuto toccare con le mani. Sentivo i miei passi ticchettare sul selciato sassoso e pensavo che la gente fosse andata a dormire, Roccaltini compresi. Ma la paura d’incontrarne qualcuno mi aveva fatto compagnia finché Ado non mi era apparso davanti all’improvviso. Ed ora stavamo tutti e quattro lì, proprio davanti alla chiesa di Rocca Alta, soli, a guardarci intorno con aria vagamente minacciosa.

– Guardate là – disse mio cugino Abele a un certo punto, indicando oltre la chiesa e verso i massi che strapiombavano sulla pianura sottostante. Ci voltammo e, appoggiato alle mura della chiesa, vedemmo un ragazzetto basso e secco che teneva in mano un listello di legno.

– E’ Soldo di Cacio – disse Ado. – Chissà che ci fa a solo da queste parti. –

Soldo di Cacio era anche lui un Roccaltino, ma era piccolino e gracile, e per questo lo chiamavano così e per questo gli altri suoi compari gli affidavano compiti poco pericolosi. Come per esempio quello di raccogliere le biglie per terra, quando il gioco era finito e tutti se ne tornavano a casa. Era andata così che, per Ferragosto, avevamo preso di mira proprio lui per rubare le biglie. Un gesto poco onorevole, lo ammetto, ma delle biglie ne avevamo bisogno e gli ordini erano stati di non guardare in faccia nessuno. Poi erano spuntati i suoi compari, capeggiati da Mizzica, un ragazzone alto e moro, figlio di siciliani emigrati quassù, uno che menava sberle e tutto spiano, così ce l’eravamo squagliata. Tutti meno mio cugino che…Beh, il resto lo sapete. Ed ora eravamo quassù, in quattro contro uno, pronti a picchiarlo come se fosse un materasso.

– Soldo di Cacio lasciamolo stare – disse Ado autoritario.

Noi tre ci guardammo perplessi.

– E’ troppo piccino. E non è lui che voglio ma gli altri – continuò il nostro capo incamminandosi verso i massi. Noi lo seguimmo, ma guardandoci sempre attorno con circospezione, mentre Soldo di Cacio se la squagliava dietro la chiesa. Cominciavo a sentire di nuovo la tensione salire. Possibile che non ci fosse nessun altro in giro?

Ma Ado sembrava tranquillo e continuava a camminare nello spiazzo tra la chiesa e i massi, come se niente fosse. Dietro a lui c’ero io e più dietro ancora venivano mio cugino e Dario.

– Stecco guardaci le spalle – comandò Ado. – E te, Guido, vai a dare un’occhiata dietro alla chiesa, ma stai attento, eh? Te, Abele, vieni con me. –

Stecco si fermò dietro di me, io m’incamminai verso destra, la direzione che aveva preso Soldo di Cacio, e vidi, con la coda dell’occhio, mio cugino e Ado dirigersi verso i massi. Mi tremavano le gambe, strinsi il bastone con forza e mi aggiustai l’elmetto in testa. Il silenzio era sovrano. Sentivo solo il frusciare dei miei piedi sull’erba e cominciavano a sudarmi le mani.

– Sono qui! Sono qui! – strillò in quel momento Stecco.  – Arrocco lungo! Arrocco lungo! –

Sentii un colpo allo stomaco. Mi voltai verso di lui e li vidi. Erano almeno sette otto, con loro c’era il capo Mizzica e oramai ci avevano chiuso la via d’uscita verso casa nostra, quella che avremmo dovuto imboccare alle parole Arrocco lungo. Di sicuro si erano nascosti dentro alla chiesa, ci avevano fatti passare e, una volta dentro lo spiazzo, fra la chiesa e i massi, ci avevano presi alle spalle. Sgomento, guardai verso Ado, mentre Stecco indietreggiava verso di noi e verso i massi, spinto dai Roccaltini che, vidi, se la stavano prendendo comoda. Giocavano come il gatto con il topo.

– Forza! – ci gridò Ado – venite quassù e riparatevi là. Ai cacasotto ci penso io. –

I massi erano una cresta di rocce carsiche, disposta a semicerchio dietro la chiesa, che dava su uno strapiombo sotto cui si apriva la pianura che da Ribolla arrivava fino a Grosseto. Era un panorama mozzafiato, ma il luogo era molto pericoloso. Si sapeva, questo, ed io stetti molto attento a mettere i piedi per paura di scivolare, mentre i Roccaltini, un passo dietro l’altro, venivano a prenderci. Insieme a Stecco e mio cugino mi nascosi dietro una cresta più bassa, mentre Ado, con l’elmetto ben calato in testa e il bastone tra le mani, s’era messo sulla punta più alta e aspettava. Dietro di lui, lo strapiombo.

– Facciamo una cosa, Mizzica – disse a un certo punto. – Ci si batte io e te e gli altri si lasciano fuori. Chi vince, dopo fa quello che gli pare. Ti va bene così? –

Mizzica grugnì qualcosa che doveva essere un sì, poi fece cenno ai suoi compari che si allontanarono. Li contai e vidi che erano in sette, tutti coi bastoni in mano, e fra di loro c’erano anche Titto e Virgilio, quelli dell’ortica. Li avrei presi volentieri a cazzotti, ma la paura mi bloccava lì, in quella specie di barriera protettiva che dava asilo a me, a Stecco e mio cugino Abele. Mizzica cominciò ad avvicinarsi ai massi. Aveva uno sguardo cattivo, torvo, da bestia che ha fiutato la preda. Camminava a passi lenti, tenendo stretto il bastone, e ghignando come uno squinternato in direzione di Ado, che stava lassù, in piedi sulla cresta più alta di quelle rocce, i capelli biondicci scarmigliati e gli occhi spalancati, ma non dalla paura. Pensai che ce la stavamo vedendo brutta, davvero brutta stavolta. Chissà quante ce ne avrebbero date anche gli zii, dopo. Mi venne voglia di darmela a gamba levate, ma laggiù c’erano i Roccaltini schierati. Mi sentivo come un topo e guardai verso Abele e Stecco per farmi coraggio.

– T’ammazzo! – urlò in quel momento Mizzica e si avventò verso Ado.

– Vieni, vieni – disse il nostro capo. – Che ti tronco il bastone su codesta testa bacata. –

Dopo fu un attimo.

Un solo, brevissimo, ma interminabile attimo. Mizzica finì di arrampicarsi sui massi e Ado lo colpì con una bastonata sulle spalle. Poi, chissà perché, si fermò. Aveva il vantaggio di aver picchiato per primo, Mizzica era rimasto disorientato, ma Ado non stava approfittando di questo vantaggio. Poi vidi. L’attimo lunghissimo cominciò con il nostro capo che allargava le braccia, mollava il bastone e tentava, in un ultimo e disperato tentativo, di aggrapparsi a Mizzica, oppure all’aria, o chissà a che cosa, ma non ce la fece. Non gli riuscì. Con terrore, lo vidi brancolare ancora di più, sbarrare gli occhi, mettere un piede dietro l’altro.

– Aiuto! Aiuto! – gridò.

Poi cadde all’indietro, nello strapiombo profondo chissà quanti metri.

Ci fu un momento di silenzio. Stecco s’era coperto il  viso e mio cugino boccheggiava. I Roccaltini stavano laggiù, impietriti.

– Non l’ho toccato! Non sono stato io! – gridava Mizzica, come un disperato.

Uscii dalla mia tana, mi arrampicai lassù, sulla resta più alta, e mi sporsi giù, verso il basso.

E poi….

 

 

….E poi non ricordo più niente. Solo immagini confuse di gente che urla, Stecco e Abele che piangono, Mizzica che sta lì, fermo come un povero ebete e i Roccaltini che scappano qua e là. E poi rivedo il prete, ma confuso nella nebbia, una nebbia biancastra che lo avvolge tutto. E i carabinieri, e poi gli zii e nonna Tullia, ma in casa, nell’aia. In quell’aia dove tutti piangono e gridano come animali impazziti, mentre soltanto io me ne sto zitto, impietrito, inebetito. E piango dentro di me, senza poter liberare l’anima di una sola lacrima.

Sono trascorsi ormai cinquant’anni da quel giorno di agosto del 1962, ed ogni anno, in quel giorno, ritorno qui, sui massi di Roccataderighi. Passeggio un po’, guardo qua e là, ma tutto affinché giunga il coraggio di arrampicarmi lassù, sulla cresta più alta, quella che dà sulla pianura sottostante, quella da dove cadde Ado.

Mi hanno sempre detto che è morto subito, sul colpo. Mi hanno sempre detto che non deve aver sofferto e neppure essersi accorto di nulla, ma io me lo ricordo ancora, e mai lo scorderò, quel suo sguardo di terrore mentre spariva, giù, oltre i massi e verso l’ignoto.

Così ogni anno mi affaccio oltre quella cresta e guardo in basso, nella vana speranza che lui sia laggiù e mi tenda la mano per essere tratto in salvo. Chi mi vede penserà che sono pazzo. Chissà…

Tante volte mi sono chiesto perché lo faccio, pur sapendo che Ado non c’è più, né mai ci sarà qui ad aspettarmi. Tuttavia io ritorno, puntuale come un orologio, pioggia o sole non importa. E’ un appuntamento cui non posso mancare ed io non manco mai. Se c’è il vento, come oggi per esempio, me ne sto un po’ ad ascoltare, prima di salire lassù sulla cresta. Ascolto e chiudo gli occhi, e mi sembra di sentire ancora quel grido: – Arrocco lungo! Arrocco lungo! –

Poi salgo, mi sporgo, e guardo a lungo, verso le rocce giù in basso e in mezzo a l’erba e i rovi, finché non mi stanco e mi siedo con le spalle alla pianura.

Ogni uomo torna sempre, prima o poi, alla sua infanzia.

Ed è qui che io persi la mia.

 

 

 

FINE

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