Elena Genero Santoro

elenaOggi tra le nostre pagine abbiamo lei! Elena! Un’autrice che abbiamo iniziato a conoscere da qualche mese, forse all’apparenza un po’ timida ma possiamo garantirvi che non lo quando scrive.

Affronta tematiche importanti, temi che fanno parlare e riflettere e lo fa bene, con le giuste parole, con i giusti punti.

Eccola per voi…

 

Ciao Elena, finalmente ci troviamo qui, nelle nostre pagine, noi ti conosciamo un po’, ti seguiamo da un po’ di tempo, ma raccontati anche a chi ti conosce oggi per la prima volta, parlaci di te. Sono nata a Torino nel 1975 e ci vivo e lavoro attualmente. Nella vita, poi, oltre a scrivere, faccio tutt’altro. Mi occupo di conformità ai regolamenti chimici europei per l’industria automobilistica, e poi sono una mamma. Dunque ho sempre i minuti contati e cerco di bilanciarmi equamente tra attività talmente diverse da parere inconciliabili. Eppure non potrei rinunciare a nessuna di esse.
Di cosa parlano i tuoi libri?  I miei libri sono dei mainstream, con qualche parentesi sentimentale, perché a volte mi piace rappresentare e sognare anche con una bella storia d’amore. Però non amo essere sdolcinata, non amo perdermi nei romanticismi. Raramente i miei protagonisti si dicono “Ti amo, oddio quanto ti amo”, però se si amano se lo dimostrano. In generale, infatti, sono molto calata nella realtà, nella vita quotidiana di tutti i giorni, nei problemi e nelle miserie in cui ci imbattiamo tutti. E poi voglio parlare anche di temi sociali, mi sta molto a cuore la violenza contro le donne, ma anche l’handicap, lo sfruttamento del lavoro, l’immigrazione, l’anoressia… e, dulcis in fundo, di pena di morte.
Elena quanti libri hai scritto?  Ne ho scritti ben undici, di cui i primi dieci fanno parte di una serie! Ma il lettore non deve scoraggiarsi, ogni libro è storia a sé, con dei protagonisti che però tornano. Di questi dieci ho pubblicato i primi due (“Perché ne sono innamorata” con Montag e “L’occasione di una vita” con Lettere Animate, solo ebook), e poi, inaspettatamente, il nono (“Un errore di gioventù”, con 0111 Edizioni), al quale ho dato la priorità perché mi stava molto a cuore: è quello che parla della pena di morte. È dedicato a una persona che non c’è più, Martin Edward (Eddie) Grossman, un amico di penna rinchiuso in un carcere in Florida e ucciso con iniezione letale nel 2010. Non è una biografia, ma racconta una storia per certi versi simile alla sua.
Per te da dove nasce l’idea di scrivere un libro? Nasce in molti modi. Da un’esigenza di denuncia, a volte, come dicevo prima. Ma anche dal bisogno di vivere determinate emozioni. Dalla volontà di affrontare determinate paure e di strutturarsi interiormente per essere in grado di superare certe possibili situazioni. Dalla voglia di trovare soluzioni diverse a ciò che fa soffrire. Dalla necessità di dare un finale migliore alla realtà con cui non vorremmo mai confrontarci.
Qual è la fase più difficile nella stesura di un libro? Ce n’è più d’una, di fase difficile! Un libro è un cocktail micidiale in cui devono emergere sentimenti autentici, ma anche una forma decente, e una struttura coerente. Quindi, prima penso a grandi linee a cosa voglio dire, dove voglio andare a parare, che peso dare alle varie parti. Stabilita la gabbia più esterna, mi dedico a un capitolo alla volta, cercando di sviluppare nei dettagli ogni situazione, lasciando cantare il cuore e studiando di volta in volta come incastrare le parti intermedie in modo credibile per arrivare all’obiettivo. Poi c’è la revisione finale in cui mi concentro sulla forma. Detto così sembra tutto molto definito e prestabilito,  ma ogni tanto qualche personaggio si mette a vivere di vita propria e mi sorprende chiedendomi un finale diverso da quello che avevo pensato io.
Il tuo editor chi è? Mia madre è un’insegnante e di solito le affido il testo dopo averci fatto già due revisioni complete. Lei mi scova tutti i refusi, le ripetizioni e le espressioni poco ortodosse. Poi il romanzo fa il giro della famiglia dove la correzione continua. Infine torna a me che lo rivedo dall’inizio e a parte tutto sono l’editor più severo e fiscale.
I  tuoi libri: dove possiamo trovarli? A parte “L’occasione di una vita”, solo ebook, che è scaricabile da tutte le piattaforme online, gli altri sono in teoria ordinabili in tutte le librerie italiane. Questo però talvolta non succede, perché spesso le grosse catene si rifiutano di ordinare da distributori al di fuori del loro circuito ufficiale. In mancanza d’altro, i libri sono acquistabili su internet, sui siti degli editori stessi o sulle librerie online quali IBS, o Deastore.
Che lettrice  sei tu Elena? Sono una lettrice onnivora e feroce! Spazio dai noir norvegesi della Holt all’ironia British della Kinsella, all’italianità di Carofiglio, Oggero, Perissinotto, Mazzantini e Mazzucco. E che dire di un Piperno, o un Jonathan Tropper che con la loro abilità lessicale passano con scioltezza dal tragico al comico nel giro di una riga? Ma non disdegno nemmeno gli emergenti, quest’anno ho già letto una decina di libri solo di autori meno noti, come me. E se mi piacciono pubblico una piccola recensione sul mio blog.
Libro scritto, parti riviste, poi la penna mette l’ultimo punto, che sensazione provi? Lì per lì soddisfazione, appagamento, ma dura cinque minuti. Poi, in breve, torna la voglia di elaborare un nuovo pensiero, di esplorare nuovi concetti, di immedesimarmi in nuove sensazioni, di denunciare qualcosa che mi va stretto. Mi ricomincia il desiderio di concentrarmi su un’altra storia, di vivere un’altra avventura, di vagliare nuove possibilità. E allora inizio di nuovo a macinare un’idea, a creare situazioni e a sviluppare possibilità. E ricomincio a scrivere.
Scrivi con la tastiera o carta e penna? Scrivevo con la penna tanti anni fa, quando mi cimentavo con i miei primi brevi romanzi! Compravo un taccuino e lì davo libero sfogo alla mia fantasia! Passare alla tastiera non è stato semplice, l’ho dovuto fare per dovere, all’università, e all’inizio è stato un trauma. Le prime volte mi scrivevo prima tutto a mano e poi ricopiavo al pc. La tesi però, di trecento pagine, è stata un buon allenamento e l’ho redattta direttamente al computer. Col passare del tempo, tra lavoro e email, ho imparato a sintonizzare la velocità del mio pensiero con quella delle mie mani sulla tastiera. In effetti, ritengo che sia meglio. A parte che nessun editore oggi accetterebbe un manoscritto scritto a penna, ovviamente. Ma poi, alla lunga col pc si risparmia tempo, si cancella e si rifà tutto più velocemente. Insomma, non c’è paragone. Ora scrivo a mano solo gli appunti che prendo alle riunioni di lavoro, magari in inglese. E non è detto che prima o poi non mi converta all’uso del pc anche per quelle.
Quali sono i  tuoi prossimi impegni?Sto cercando, ovviamente, di organizzare presentazioni, di trovare spazi per parlare dei miei libri, di offrire il mio lavoro a chi possa essere interessato a leggere. Di date in questo momento però non ne ho ancora, si parla dell’autunno. E poi ovviamente tento di ritagliarmi degli spazi per scrivere.
Il tuo rapporto con i social … Intenso, direi. Sono molto “social” anche io. In pratica, bazzico volentieri su Facebook, dove ho anche la mia pagina (“Perché ne sono innamorata & Co.”); meno su Twitter, quello è più efficace per i vip e io non sono una vip. Comunque sono consapevole che si tratta di un’arma a doppio taglio. Se da un canto Facebook garantisce una visibilità diversa e maggiore, dall’altro non mancano le insidie. E poi, a parte tutto, i social non vanno sopravvalutati. Facebook è pieno di pagine dedicate a scrittori che tentano disperatamente e compulsivamente di promuoversi e che intasano gli spazi con post pubblicitari. Nulla di male, l’ho fatto anche io, ovviamente. Ma se c’è sbilanciamento tra offerta (migliaia di scrittori) e domanda (pochi che leggono), continuare a ripetere “salve, ho scritto un libro, è bellissimo, sapete?”, serve a poco. Meglio una buona recensione su qualche sito specializzato, con un seguito di lettori fissi che siano interessati all’argomento.
Hai partecipato a qualche concorso? A quali?  Ho partecipato a concorsi in cui venivano pubblicate (dopo selezione) raccolte di racconti o di poesie, alcune cartacee, alcune in versione ebook. Credo che concedere assaggi del proprio lavoro sia un buon modo per farsi conoscere e per invogliare il pubblico a cercarti ancora.
Elena intervistata da Destinazione Libri… perché questa scelta? Mi era piaciuto subito il vostro blog di recensioni e il modo in cui queste erano fatte, e poi ho scoperto che offrite agli scrittori, in forma gratuita, e questo va sottolineato, un bel pacchetto di opzioni per mettersi un po’ in mostra. Insomma, il massimo!
La domanda che non ti abbiamo fatto e che ti aspettavi?  Vale la pena puntare sugli ebook? Gli ebook sono il futuro ma purtroppo non sono il presente. La carta piace di più, ma poi nessuno la compra perché è troppo cara. Io mi sono convertita all’ereader e non torno indietro. Occupa pochissimo spazio e i libri costano decisamente meno. Spesso si possono scaricare opere a prezzi irrisori oppure gratuitamente, e quindi la letteratura si può diffondere più rapidamente. Bisogna solo superare il disagio iniziale ed è fatta. Motivo per cui il mio secondo libro “L’occasione di una vita” è solo ebook: proviamoci! E “Un errore di gioventù” è sia cartaceo che ebook. Ringrazio 0111 Edizioni perché tenta ambo le strade per i suoi autori.
Cosa ti aspetti da questo libro? Mi auguro che tutti i miei libri si facciano conoscere e si diffondano tra i lettori, ovviamente. Ma parlando di “Un errore di gioventù”, spero di portare la mia testimonianza tra le persone e spero di fare capire il mio punto di vista. È un libro che nasce da un’esperienza personale, in quanto, appunto, sono stata l’amica di penna di un condannato a morte (e attualmente lo sono di altri due condannati). Ovviamente, e su questo non c’è segreto, io sono assolutamente contraria alla pena capitale, e lo ero già dodici anni fa, prima di intraprendere la corrispondenza con quest’uomo. Ma esserci passata, avere ricevuto per anni le lettere di questa persona, mi ha aiutata a capire che un assassino non sempre è il mostro, l’abnorme, che ci aspettiamo di trovare. Eddie Grossman sicuramente non lo era. Questo mi ha poi spinto a documentarmi sulla pena di morte negli Stati Uniti, su come è gestita, e ho scoperto cose tremende. La percentuale di innocenti che vengono mandati a morire ingiustamente è fin troppo elevata. I neri e le minoranze etniche poi hanno una corsia preferenziale per il patibolo. In Alabama un uomo può venire condannato oltre per omicidio anche per stupro e per rapina, anche se materialmente non ha ucciso nessuno. E adesso, poi, con la storia della carenza del “farmaco” (che non è un farmaco) letale, minacciano di tornare alla sedia elettrica o al plotone di esecuzione. Insomma, siamo alla follia, dal mio punto di vista, eppure, bazzicando sui social, molta gente in Italia auspica la pena di morte anche qua. Secondo me certi commenti nascono dall’esasperazione perché da noi, a parte tutto, non c’è certezza della pena. Se l’ergastolo fosse garantito, al bisogno, non ci sarebbe necessità della pena di morte. Giusto ieri su Facebook un tizio scriveva: “Ecco, Angelo Izzo dovevano farlo fuori subito, invece è uscito e ha ucciso altre due persone di cui una quattordicenne”. Beh, dico io, bastava non farlo uscire. Angelo Izzo è uno psicopatico irrecuperabile, il che era risaputo. Non tutti gli assassini lo sono, però. La più parte sono persone che hanno commesso errori per i quali stanno pagando.
Cosa ti piacerebbe rimanga al lettore di questo libro? Nel libro, oltre alla storia del condannato a morte, ci sono anche altri filoni che sviluppano il tema del titolo “Un errore di gioventù”. Un altro protagonista, Patrick, scopre che forse ha una figlia adolescente di cui non sapeva nulla, frutto di un rapporto fugace e senza precauzioni avvenuto quando lui aveva diciotto anni. Nel frattempo però lui è diventato un maritino modello, non ha trascorso gli anni come un donnaiolo, ma anzi, si è sempre comportato correttamente, non ha mai nemmeno tradito. Ora la domanda è: per quanti anni uno deve pagare per qualcosa di commesso nel passato e che non ha alcuna attinenza con il presente?  E, soprattutto, quanto conta il fattore “fortuna” nel nostro destino? A volte ci sentiamo fieri di noi perché ci sembra di aver costruito qualcosa e di essere stati molto bravi nel farlo, e proviamo magari pena per chi, al contrario, non è stato altrettanto bravo, ma poi scopriamo che passare dall’ altra parte è un attimo.
Elena, ultima domanda, poi ti lasciamo andare… quale libro ti “sembra cucito si di te”? Mah, tutti e nessuno, però in un errore di gioventù c’è un’esperienza in effetti autobiografica…

 

Se volete contattarla, avete domande da farle, fatelo, qui, su questo blog, noi le invieremo tutte le vostre domande.

 

Al prossimo autore cari lettori

Alessandra

 

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